AVE MARTINI Non un semplice cocktail, ma uno stile

Sante Speranza, capo della prefettura bolognese del Cavalleresco ordine dei guardiani delle nove porte, porge una coppa da Martini durante l'evento "Ave Martini" organizzato a Bologna, rigorosamente in smoking

Non un semplice cocktail, ma uno stile. Non causa dipendenza, ma ne avverti la mancanza.
Da Bond a Il laureato, è il simbolo di un modo
e di un mondo. Con regole precise.

di Roberto Pignoni

foto di Martina Manelli

Perché piace tanto a 007? Perché agitato e non mescolato? Perché Vesper non è solo una città del Wisconsin? Tante le domande, una sola la risposta: il Martini è unico. Non solo è il più famoso cocktail al mondo, ma la stessa definizione di cocktail gli va stretta, perché il Martini è un mondo e un modo di vivere il mondo. E a volte, come scriveva Ian Fleming, «il mondo non basta». Il Martini è una scienza, un simbolo della tradizione americana che evoca non solo un cocktail ma anche locali, banconi di hotel, luci soffuse, assenza di appetizer, sussurri e sfioramenti carnali, sguardi, sorrisi, tintinnio di cristalli e cubetti di ghiaccio, swing di sottofondo, mille sfumature grigie di tabacco della Virginia, tuxedo neri, smoking e bow tie bianchi. La cultura del bere Martini ha regole precise, serve a socializzare, è un motivo di incontro che presuppone in chi lo offre e in chi lo accetta una conoscenza alcolica raffinata. Dalle Baccanti di Euripide a oggi questa cultura divide le genti, e l’ago della bilancia sta proprio nella scelta delle eccellenze dei distillati e nella misura in cui vengono assunti in proporzione alla propria consapevole resistenza. Cioè, beviamo consapevolmente non oltre i quattro o cinque Martini. Come scrive Marco Cremonesi, esperto martiniano, «del Martini non si dovrebbe scrivere. Il Martini si dovrebbe soltanto bere. Al massimo, se ne potrebbe parlare. Il re dei cocktail, il punto di arrivo della civiltà occidentale, è un piacere esclusivo da condividere soltanto con il club dei maniaci: la verità è che molti di coloro che passano per amanti dei cocktail in realtà non lo sono. Sono amanti del Martini, e soltanto quello bevono.

Il Martini non ha un inventore, e nemmeno una ricetta: si sa soltanto che è fatto di Gin e di poco (o pochissimo, o anche niente) Vermut, il quale deve aromatizzare il ghiaccio, attraversandolo ma non contaminandolo. Però ci sono bar che di varianti del Martini hanno una lista a parte, con decine di voci: qualsiasi cosa sia servita in un bicchiere da Martini, è un Martini. Per lo sdegno dei veri bevitori di Martini. Il Martini perfetto è l’utopia, la meta che si insegue e non si raggiunge, l’obiettivo la cui ricerca ci migliora». Parole sante. L’utopico risultato non sta solo nel berlo, ma anche nell’esserne all’altezza, nel possedere uno stile per poterlo bere. Oggi, quando organizziamo un cocktail Martini, il tuxedo indossato anche dai ragazzi è d’obbligo, e che spettacolo! E come sempre è il cinema che ci viene in soccorso: dal Grande Gatsby al Laureato, da Sex and the city a The wolf of Wall Street. Perché se è James Bond il maggiore testimonial del Martini cocktail, del Vodka Martini e dell’indimenticabile Vesper, è proprio lui che determina anche il dress code: per l’agente 007 il Martini si beve solo con un impeccabile smoking, e se proprio il clima lo porta a bere Mojito, allora e solo allora sarà in bermuda. Il Martini, nella cultura americana trasmessasi successivamente in Europa, ha determinato anche quel fenomeno sociale che ha portato uomini e donne a bere assieme; una specie di parità liberatoria che li ha uniti nell’eleganza dei club o dei night, fino ad allora luoghi riservati all’universo maschile. E anche in questi sancta sanctorum del godimento, l’eleganza restava alla base della convivialità: che fossero romantici sognatori, avidi imprenditori o spietati gangster, erano convivialmente omogenei sotto la bandiera del «socialismo martiniano», incantati ad ascoltare la canzone di Cole Porter che dice «The fountain of youth / is a mixture of Gin and Vermouth». Perché, come scriveva una dei lari del mito newyorkese Fran Lebowitz: «è nelle conversazioni dei bar che si è sviluppata nell’ultimo secolo la storia delle idee».

Il Martini ha dettato regole di vestiario, di pettinatura, di trucco, di arredamento: dai legni scuri dei banconi, ai barman in giacca nera, camerieri in guanti bianchi, pianisti alla «Play it again Sam», shaker di cristallo e argenterie diffuse. Là dove il bere non era un vizio misurato nella quantità ma appariva come «romantic, even chic» ovvero il «drinking is fun» di Hemingway, la «medical illusion of Gin» di Fitzgerald, la «civilization begins with distillation» di Faulkner e infine le note di Duke Ellington dello «smoking, drinking and never sleeping». Quegli anni fantastici di alcolica spensieratezza nei quali l’incredibile poeta Wystan Hugh Auden scriveva: «Potrebbe una tigre / bere Martini / fumare sigarette / e vivere tanto quanto viviamo noi?». Ma non è poi passato tanto tempo da quando la «leopardata» Anne Bancroft, ovvero Mrs Robinson, seduta al Taft Hotel con Dustin Hoffman, ovvero Benjamin, bevendo un Martini cita una poesia di Dorothy Parker: «I like to have a Martini, / two at the very most / After three I’m under the table / after four I’m under my host».

Personaggi che ancora oggi trasmettono la piacevolezza di perdersi di fronte a un bicchiere in sottile cristallo di Baccarat, dal gambo lungo come le gambe di una mannequin per non scaldare il cocktail e con un calice conico da 12/14 cl pronto ad accogliere un liquido puro e trasparente che lo riempia fino all’orlo, un liquido che una volta bevuto ti fa lievitare a qualche centimetro da terra, che infonde quiete al corpo, libera la mente, ti aiuta a innamorarti di nuovo. Solo dopo averne bevuti alcuni, questo cocktail ti dona una leggera euforia, come se nulla al mondo potesse farci del male, ed è qui che trova infine posto la celebre formula del Martini Montgomery: «Due Martini molto secchi», disse il generale Montgomery, «15 a uno». Il cameriere, che era stato con lui nel deserto, sorrise e scomparve! In fondo Winston Churchill ricordava spesso a proposito del cocktail Martini: «Simple is the best, but to make the best, is not always simple».

 

Da Arbiter 146 (maggio 2015)