IMPRONTA ARTIGIANA DI IVANO SARTORI

Alessandro Berluti, capostipite della dinastia.

USCÌ CHIUDENDOSI PIANO LA PORTA ALLE SPALLE, PER NON SVEGLIARE CHI ANCORA DORMIVA. NON C’ERA NESSUNO A SALUTARLO. Si erano già detti tutto la sera prima. Le smancerie non si addicono a chi si mette in cammino alle cinque di mattina in cerca di fortuna. Chiedendo un passaggio a un carrettiere, salendo sull’accelerato che arranca lungo la ferrovia adriatica o affidandosi ai propri piedi, che gemono dentro scarponi dal cuoio duro come corteccia di quercia. Alessandro Berluti ha 19 anni quando lascia Senigallia, cittadina delle Marche in provincia di Ancona. L’Italia unita ne ha pochi di più, 24. Una sorella maggiore un po’ improvvisata, incapace di nutrire l’accresciuta figliolanza. Che ha fame e ambizioni. Alessandro, che lavora fin da quando era un ragazzino, non crede che un altro possa fare qualcosa al posto suo. Bisogna farsi da soli. Tanto per cominciare, deve fare la strada che lo separa dall’avvenire, che è là, fuori dal Paese dov’è nato. Un’idea che gli ha messo in testa Ildebrando, conosciuto quando imparava il mestiere di falegname. Si sentiva i suoi occhi addosso che lo valutavano mentre tirava la raspa e maneggiava il succhiello. Ildebrando, un vecchio calzolaio emigrato da giovane a Marsiglia, è tornato al paese a raccontare storie. È stato lui a fargli venire la voglia di scappare. Lo ha pungolato: potresti diventare un bravo calzolaio come me, se solo avessi il coraggio di partire. E lui ha raccolto la sfida. Senigallia e l’Italia tutta gli andavano ormai strette. Ildebrando, il sobillatore, gli ha regalato i suoi frusti arnesi di lavoro: la lesina, la pece, lo spago che ora porta nella sacca a tracolla. È partito senza voltarsi a guardare la sua casa, perché lui è un emigrante e un emigrante che giri la testa è già un emigrante dimezzato, poco saldo su quelle gambe che gli servono per allontanarsi dalla miseria, dai pasti contati, dal futuro scontato. Allontanarsi. È una parola, con quelle scarpe che gli mordono i piedi come la morsa del suo bancone da falegname. Sarà un lungo e tortuoso peregrinare quello di Alessandro. Lungo la strada si aggrega a una compagnia di saltimbanchi con cui resterà diversi anni. Per loro fabbrica scarpe e le risuola. Di piazza in piazza, arrivano a Torino, nell’ex capitale sabauda da cui è disceso quel re coi favoriti e i mustacchi esagerati a strappare le Marche al papa, che si è chiuso nei suoi palazzi e scivola a passi felpati sui pavimenti di marmo con quelle babbucce che non fanno rumore. La prima volta che ha visto l’immagine del papa assiso in trono, a colpirlo non sono stati né il pastorale, né i paramenti incrostati di pietre preziose, ma i suoi piedi che spuntano dalla tonaca bianca, infilati in quelle pantofole rosse che darebbe chissà che cosa per infilarsele e provarle almeno una volta. Devono calzare come guanti. Ma come si può muoversi sulle sconnesse strade d’Italia in pantofole? Una suola robusta, che non senta le asperità del selciato e al contempo elastica, ecco quel che ci vuole, e sopra una tomaia morbida. Così rimugina Alessandro seguendo il carro degli attori girovaghi. Ora cammina dentro scarpe che si è fatto da sé, e ogni volta che si rifà le scarpe se le confeziona sempre più comode. In quel Piemonte che odora di Francia ad Alessandro torna la voglia di compiere il grande passo, di valicare le Alpi.

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E così nel 1895 arriva a Parigi. La città è in subbuglio per l’esposizione universale del 1900. La capitale francese che accenderà le luci del nuovo secolo è un grande cantiere in cui c’è lavoro per tutti e Alessandro ne approfitta. Per dieci anni fa il calzolaio. Lavora su richiesta e su misura. I suoi trascorsi da falegname gli sono utili per fabbricare le forme delle scarpe. Fa esclusivamente scarpe femminili per una clientela sempre più altolocata in cui figurano Isadora Duncan, Helena Rubinstein ed Elizabeth Arden. I concierge dei grandi alberghi gli confidano quanto sia penoso per loro starsene in piedi tutto il giorno dietro il comptoir. Lui capisce al volo e arreca sollievo a quei piedi indolenziti con scarpe di sua fabbricazione, ma senza marchio né fronzoli, di modo che gli ospiti dell’albergo non si accorgano di calzare le stesse scarpe della servitù. I portieri si sdebitano segnalandogli il passaggio delle grandi dive, sue potenziali clienti. La seconda parte della vita di Alessandro lo vede alle prese con l’avventura non meno entusiasmante di gettare le fondamenta di un’impresa che saranno poi Torello, Talbinio e Olga a portare ai massimi vertici del successo. Solo a impresa avviata Alessandro tornerà nelle Marche, come c’era tornato Ildebrando. E sarà là che, fino alla morte, animerà il suo atelier per trasmettere l’arte ai suoi discendenti. Tutti nati in Italia. Torello arriva negli anni 40 ed enfatizza quel décolleté che il padre aveva pudicamente accollato: devono vedersi le radici delle dita dei piedi. Alla sensualità della scollatura del vestito deve fare da pendant quella delle scarpe. Le donne ne vanno pazze. Le attrici fanno a gara a chi le porta più scollate. «Il piede non va nascosto, ma esaltato», è la sua cifra stilistica. Il figlio di Alessandro passerà alla storia della Casa come l’inventore dello spirito Berluti. Sarà lui a trasformare il sofisticato laboratorio paterno fino ad allora riservato a pochi intenditori nella rinomata azienda per molti privilegiati. Dai folli anni 20 ai 50, non c’è celebrità che non passi dalla boutique che dal 1928 è al numero 9 di rue Mont-Thabor e inalbera l’insegna «Berluti, bottiers de grand luxe». Ma quei piccoli locali non riescono più a contenere il continuo successo e così si trasferirà al 26 della vicina rue Marbeuf. Di lì passeranno James Rothschild, Sacha Distel, Eddie Constantine, Bernard Blier, Charles Vanel, Yul Brynner. Da lì partono ordinativi diretti a Hollywood e New York. All’inizio dei 60 Berluti è il nome di una griffe planetaria.

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Per Torello la missione può dirsi compiuta. Le redini passano a suo figlio Talbinio, nato a Fossombrone ma cresciuto a Parigi. Sangue italiano, cultura francese. Un’alchimia perfetta. Talbinio comincia a disegnare a 12 anni, ma deve aspettare la seconda metà degli anni 40, quando ne avrà 18, per entrare in azienda. Ama le pelli, ha gusti raffinati, le sceglie di persona. Torna all’interesse del nonno, quello per le scarpe femminili. Introduce il tacco a spillo, alto fino a 10 centimetri, vertiginoso per l’epoca. Forte dei suoi studi di architettura, crea una struttura interna di alluminio che associa la resistenza alla leggerezza e all’eleganza. Crea, sogna e disegna, mentre il padre concretizza. Nel 1959, s’inventa il prêt-à-porter di lusso per soddisfare clienti esigenti ma impazienti, insofferenti delle lunghe attese imposte dalla scarpa su misura. Come si fa ad accontentare tutti senza prendere le misure? Gli dà una mano la cugina Olga. Insieme, mettono a punto cinque morfologie di piede: pretenzioso, intellettuale, delicato, masochista, antipatico. Casistica che Olga perfezionerà in seguito con l’aggiunta di altre tipologie. Tra i 60 e gli 80, Talbinio si dedica senza risparmiarsi allo sviluppo della Maison. In quel periodo calza i piedi di molti italiani famosi tra cui spiccano i nomi di Curzio Malaparte, Pier Paolo Pasolini, Alberto Moravia, Sergio Leone, il principe Antonio De Curtis in arte Totò e Vittorio De Sica, oltre che di Frank Sinatra e Jean Cocteau. Ma nel 1962 è successo qualcosa. C’è stata la grande svolta.

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Tutto ha inizio dall’ingresso in negozio di un ventisettenne con gli occhialoni, timido e già famoso. Yves Henri Donat Matthieu-Saint-Laurent, erede di Christian Dior. Accompagna un cliente dalla chioma satinata che ha otto anni più di lui, ma non è ancora celebre. Andy Warhol. Ha un disegno tra le mani e lo mostra a Torello: vorrei un paio di scarpe così. Il titolare della Maison inorridito da quello che per lui è uno scarabocchio, ma senza perdere il sorriso né la sua professionale affabilità, passa la palla a Olga: pensaci tu. Nata in Italia, cresciuta tra Parma e Venezia, dove ha studiato filosofia, Olga è in azienda da circa tre anni. Per lei, debuttante di talento, quello strano tipo è allo stesso tempo una sfida e una rivelazione. Per Berluti sarà la rivoluzione. L’avvento del colore per chi, fino ad allora, ha fabbricato solo calzature nere. «In realtà neppure il nero è un colore uniforme, ma per scoprirlo siamo passati attraverso il blu, il giallo, il verde, i colori della pioggia e della luna». Da quel fausto giorno del 1962, Andy Warhol prenderà l’abitudine di entrare da Berluti due-tre volte l’anno e di rivolgersi sempre a Olga, sfidandola: divertimi, stupiscimi. Sperimentare e sbizzarrirsi saranno i verbi più coniugati da Olga. In quegli psichedelici anni 60, l’atelier dell’eleganza sussiegosa è scosso dal vento del flower power. «Se vai a San Francisco ricordati di mettere un fiore tra i capelli», cantava Scott Mckenzie. Se vai a Parigi, ricordati di mettere un paio di Berluti ai piedi. Il dandy primo ’900 si trasforma e cavalca l’onda hippy. Da Berluti comincia a entrare gente «strana», soprattutto del mondo della moda. Olga non accontenta solo i loro occhi. Alla passione per l’estetica ha unito studi di anatomia e fisiologia, esplorando il piede con la meticolosità di un ortopedico, «per capire meglio la sensibilità del cliente», dice. «Papà Torello, io lo chiamavo così, mi affidava i clienti più difficili. Lui calzava il piede, io l’uomo, e più questi è esigente più amo prestargli ascolto per riuscire ad accontentarlo». Una funzione difficile da sostituire. «Ci sono luoghi, epoche e momenti in cui è difficile essere sostituiti». Non è una sentenza. È una constatazione.

Da Arbiter 147/III giugno 2015